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sabato 5 febbraio 2011

Quel tocco così speciale.





-Stasera i famo neri!-
Ma una seconda ondata di pendolari le impedì di ascoltare la risposta dell’altro giovane che dando pugni sul braccio all’amico, sembrava avvalorare la stessa ipotesi di vittoria.
Maria camminava dritta nel suo metro e settanta e arrivò a casa che aveva ancora mezz’ora di tempo.
Fece subito una doccia bollente e s’infilò nella tuta giusta per la serata poi infornò la pizza  di patate, preparata la sera prima, e si piazzò davanti al televisore.
Si guardò intorno per constatare che tutto fosse a portata di mano, stappò una birra gelata e aprì un pacchetto di patatine.
Suo marito era sul camion in viaggio per l’Europa e come di consueto lei avrebbe dovuto guardare la partita per lui. Eh sì, perché la donna portava fortuna alla squadra del marito e questo l’aveva scoperto quando mesi prima e per la terza domenica consecutiva, la squadra del cuore aveva segnato al solo passaggio di Maria davanti alla tv.
Lei non aveva mai pensato al calcio anzi, ne era da sempre una fiera  oppositrice, detestava quella distrazione nazional popolare che le portava via Vito per quell’unica giornata di riposo.
Quel maledetto rincorrere la palla che per vent’anni aveva ostacolato le sue gite fuori porta e la passeggiata per il Corso era da sempre il suo ultimo pensiero.
Ma fu da allora, da quell’intuizione folgorante che il marito, dopo averla ignorata per gli ultimi dieci anni, iniziò a portarla con sé allo stadio e a volerla accanto sul divano due posti della tavernetta del villino che ora, partiti i figli per il Belgio, sembrava fin troppo vuota e silenziosa.
Maria partiva infreddolita alle 06:32 per andare a fare le pulizie da alcune signore nella capitale, lavoretti ricavati parlando sulla corriera con le ragazze rumene che a plotoni, ogni giorno, partivano per andare al lavoro.
Il suo unico rimpianto infatti, la sua unica nostalgia in quella vita terrena così semplice ed essenziale era di quando lavorava in villa a Casal Palocco come donna a servizio intero.
Lì, dove incontrò Vito che faceva l’autista e di cui si innamorò perdutamente nel suo completo nero da lavoro, passò gli anni più felici della sua esistenza, prima che il politico DC si trasferisse in gran fretta al nord lasciandoli dopo le nozze senza un impiego e senza liquidazione.
Maria non aveva mai chiesto troppo, il suo orizzonte era limitato ai figli e a una serenità familiare che sa di domeniche attorno al camino, di pasta al forno e di gite al mare a ferragosto, ne più né meno.
Non aveva grilli per la testa Maria, soprattutto adesso che aveva superato i quaranta e nonostante fosse una ancora bella  non badava proprio più a ciò che le accadeva intorno e sentiva anche troppo ampia la distanza che si era fatta fra sé e il resto dell’umanità.
Lei, che quando guardava i tiggì scuoteva la testa e si rifugiava in cucina.
Grazie al diploma di scuola inferiore teneva i conti di casa e non aveva mai disdegnato la lettura, quella da edicola e da romanzo rosa va bene, ma pur sempre lettura.
Con le sue eroine belle e bionde Maria viaggiava nel tempo, in ricchi castelli o nei mar dei Caraibi, in crociera con uomini bellissimi che alla fine cedevano sempre all’amore dimostrandosi generosi e ricchissimi. Ma tutta quella vita sfolgorante e romantica non le creava nessuna avversità per lo strofinaccio e il secchio, nessuna frustrazione e nessuna invidia per le donne che vedeva sempre belle anche a settant’anni mentre lei si scopriva ogni giorno un nuovo solco sul viso.
Nulla la spostava dal convincimento che Vito, e la sua pancia prominente,  Vito, e la sua mancanza di tatto, Vito, e la sua incapacità di sognare, fosse l’uomo giusto per lei.
Si sentiva appagata. Aveva fatto il suo dovere e aveva la certezza che i tre figli che lavoravano come autisti in Belgio e avevano messo su famiglia, li avrebbero sostenuti nella vecchiaia e che  nulla avrebbe potuto  scalfire quella solidità interiore.
Anche il marito che veniva dai campi del Sud ancora non capiva bene in che razza di mondo si fosse trasformato quello che credeva dominato dalla legge di Dio e dalla sua collera verso chi l’avesse sfidato.
Finché quella strana inquietudine cominciò a impossessarsi di lei e della sua semplice vita.
E quella, era una serata veramente speciale. Non era la stessa cosa di quando guardava la partita con il marito, in quel caso comunque doveva fingere, trattenersi e far finta di essere distratta.
Perché in realtà, e mai l’avrebbe confessato a essere vivente, il calcio era diventato qualcosa di più per lei che una semplice casualità.
Infatti, dal giorno che Vito la portò recalcitrante a vedere una disputa dal vivo, un derby, da quel giorno, fra la folla della tribuna Monte Mario, per Maria il calcio era diventata una perversione.
Lei che non sapeva nemmeno cosa fosse il centro campo, iniziò a riconoscere i fuori gioco e i falli  e a esprimersi con un linguaggio che nulla aveva a che vedere con le eroine dei suoi romanzi rosa.
A inizio mese, Maria controllava si nascosto l’agenda del marito augurandosi di trovare viaggi nei fine settimana.
Perché da quella domenica, Maria non aveva più saltato un solo appuntamento calcistico, e avrebbe fatto ormai qualsiasi cosa pur sentire il tocco armonioso del piede sulla palla.
Quello “stoc” così caldo e potente la emozionava più un film con Richard Gere, quello “stoc” del piede che risuonava sul pallone di cuoio arrivava alle orecchie di Maria come un timido “ti amo” sussurrato fra le lenzuola.


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