domenica 17 novembre 2013

Pioggia dorata

(Foto: Tatiana Zigar)

La storia con G. è stata diversa. La storia con G. è un antico segreto.
L’avevo conosciuto in via di Campo Marzio al termine di una divertente serata a casa di un vecchio attore malandato e marxista.
Uscita dal portone, mentre camminavo sorridendo e ripassavo le parti salienti di quella serata di taglia e cuci tra colleghi, gli ero finita addosso facendolo cadere rovinosamente.
Scusa, perdonami, cazzo che imbecille!, continuava a dirgli la mia bocca impastata di vino mentre lo aiutavo ad alzarsi e mi davo da fare per togliergli di dosso la polvere che era rimasta sull’elegante giacca scura. Nonostante continuasse a scuotere la testa in un “non importa non mi sono fatto nulla” insistetti per offrirgli il bicchiere della staffa.
Luca il vinaio (chissà perché i miei osti si chiamano tutti Luca) si lasciò convincere ad aprire una bottiglia di bianco californiano che, contrariamente a quanto stabilito, buttammo giù per intero.
Nei pressi di piazza Navona gli confessai che mi scappava la pipì e che se mi avesse fatto da palo, avrei preferito farla lì anziché arrivare a casa. Sorrise e annuì voltandosi mentre io mi accovacciavo dietro una BMW nuova di zecca. Gli dissi ridendo che provavo più gusto a farla su un’auto del genere e che, fossi stata un maschio, l’avrei fatta proprio sullo sportello del guidatore, sulla maniglia: un gesto di rivolta proletaria!, conclusi mentre le sue spalle magre si stringevano in una risata silenziosa.

Senza dirci una parola arrivammo in via dei Banchi Vecchi e dopo un’amichevole abbraccio lo lasciai sotto il portone.
Roma è una grande città che si restringe come un paese se fai lo stesso mestiere e abiti dentro le mura.
Così rividi G. due settimane dopo al teatro Argentina, così, decidemmo di andare a commentare lo spettacolo da Luca e così, al ritorno, G. mi rifece da palo, stavolta alle due del mattino, in via Panisperna, mentre io mi liberavo del vino tra una cinquecento d’epoca e una super cafonal Toyota.
Che poi cosa ce l’avranno a fare certe auto se vivono in città!, mi disse mentre il fumo del sigaro gli formava un’aureola dorata attorno ai capelli bianchi e foltissimi.
Perché io ci pisci sopra!, gli risposi ridendo.

G. scriveva. Scriveva per il teatro.
Per me ogni incontro deve avere una ragione che vada ben al di la di cazzate come l’amore, il sesso e la passione, che non sono che mezzi per toccare traguardi diversi, conoscitivi, intellettivi, semplicemente speculativi. E G. era un pozzo senza fine di storie che m’incantavano, quelle della vecchia scuola attoriale italiana, dei metodi, dei grandi attori, dei loro vizi e delle loro virtù, delle compagnie di giro, dei produttori fuggiti con l’incasso, della fame. La fame, lui me l’aveva preannunciata ben prima che ne sentissi i morsi. E i racconti, che la sua voce rauca elargiva con nostalgico buonumore, erano quelli di un ragazzo di provincia pieno di sogni che ruba libri in biblioteca, che ruba i soldi al padre per fuggire a Milano, e poi Parigi, e poi Londra in cerca di fortuna. Infine, la sua fortuna furono il matrimonio con una donna molto più grande di lui e la sua morte prematura.
G. era un artista dalle abitudini maniacali, sposato a una solitudine pagata a caro a prezzo.
Citofona!, mi disse inaspettatamente, sfiorandomi la guancia con l’indice giallastro di nicotina. Quando passi di qui vieni a salutarmi, dai, mi trovi quasi sempre in casa, lo sai.
Così, tra una data e l’altra, nei periodi di prova a piazza della Pollarola, o nell’umidità dei sottoscala e dei “ridotti”, che direttori di teatro illuminati e niente affatto rampanti lasciavano usare a noi ragazzi, giovani speranze di un teatro che di lì a poco sarebbe diventato sempre più per di elite per poi sparire tra reality e talent show, andavo da G. a respirare la sua aria cinica e disincantata.

Mi sentivo una privilegiata a poter passare tante ore ad ascoltare G. restandomene in poltrona con un volume in mano mentre lui, nascosta ogni espressione e l’impressionante magrezza sotto la folta barba fumo di Londra, ticchettava sulla sua vecchia Olivetti.
Talvolta mi appisolavo, cullata dal lieve fruscio della carta copiativa, tra mormorii, battute, titoli, sinossi e trame, che le sue labbra sottili e un po’ sbiadite sillabavano.
A casa di G. mi sentivo al riparo dall’umanità frenetica, dalla chiamata del regista che non arrivava, dal responso del provino, dalla vacuità del mondo che  aveva già corrotto la mia anima ragazza.
Fu in un gelido pomeriggio di gennaio che G. mi chiese un favore. 
Ricordo che non fece troppi giri di parole per arrivare al punto, e nonostante avesse quarant’anni più di me, non c’era nessuna vergogna, nessuna incrinazione pudica nella sua voce a quella richiesta fuori dal comune.
Potrei disegnare la sua sagoma a occhi chiusi, lì, immobile nell’imbrunire, tra la cucina e lo studio di cui, sgombri da libri e carta saranno stati a occhio e croce due metri cubi, i piedi lunghi e magri e le mani saldamente allacciate all’esile cintura di spugna dell’accappatoio liso.
Pisciami addosso, piccolina.
Nella semioscurità allargai gli occhi.
Lo hai mai fatto?, mi domandò restando immobile.
Lo guardai sbattendo le palpebre e domandandomi se per caso stessi ancora sognando.
Potrebbe esserti utile un giorno, è una pratica molto in voga presso i vecchi impotenti. E pagano bene!, aggiunse venendomi incontro per mostrami il suo corpo nudo, vecchio, un cristo condannato a risorgere in eterno e in eterno a morire per il bene di un’umanità cieca e sorda.
In realtà sono mesi che penso di domandartelo, continuò con voce carezzevole, credo dal primo giorno, quando ti ho ascoltato svuotare così generosamente la tua vescica di giovane donna del sud sulla ruota di quella BMW, disse sedendosi accanto a me sulla larga poltrona e carezzandomi la mano che a quel punto era diventata gelida per l’ansia di non saper bene cosa fare.
Devi soltanto far finta che io sia una di quelle automobili e lasciarti andare.
Immagina che io sia quel tale che non ti ha fatto lavorare. Oppure, disse infine vedendo che certe argomentazioni non mi convincevano, fallo per amore.
Ecco, sì, per amore lo potevo fare.
Era forse tutta la polvere accumulata tra i libri a impedire che la modernità entrasse tra quelle mura scrostate al terzo piano di una via del centro, era la sua fede nella disumanità a far sì che decidessi di lasciarmi andare a quel rito magico e a ripeterlo ogni volta che potevo. 
Per G. sceglievo l’abito più bello, improvvisavo danze mute sul suo corpo nudo disteso sul marmo gelido del bagno, affinché la seta frusciasse a lungo sul suo viso, prima di sollevarla e tenerla tra le mani, prima di lasciarmi andare a quell'amplesso unico e per lui così speciale.

LA CONCLUSIONE DI QUESTO RACCONTO RISCRITTO PER L'OCCASIONE, LO TROVERETE AL TERMINE DELLA RACCOLTA  "PIOGGIA DORATA- SEI STORIE AMARE" IN USCITA A NOVEMBRE. 


3 commenti:

  1. Be, sempre piacevole leggerti, e poi,come dici tu, a un condannato a morte come si fa a rifiutare una richiesta del genere?. Lucky

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